Nel 2025 Cleor ha cambiato faccia. Non per moda: per strategia. Questa è la storia di quella scelta — e di cosa chiede a ognuno di noi, ogni giorno.
Il perché
Il problema non era il logo. Era come la gente ci guardava prima di entrare.
Per troppe persone “compro oro” suona come un posto losco: luci spente, vetrine coperte, insegne aggressive che parlano a chi è in difficoltà. È il codice visivo di un’intera categoria — e per anni è stato anche il nostro. La sfida del rebrand era una sola: togliere al compro oro l’aria da retrobottega e renderlo accessibile e normale, come entrare in un negozio di telefonia.
Il punto di partenza
Tutti i compro oro si assomigliano
Rosso, nero, vetrine tappate, l’elenco della merce sull’insegna: lo riconosci in qualsiasi città. Queste foto sono del nostro negozio di Padova, aperto nel 2020 e non ancora rifatto — ma potrebbero essere di chiunque, ed è esattamente il punto. Eravamo uguali a tutti gli altri.
L’identikit del settore: insegna rossa, marmo scuro, i servizi scritti in fila. Funziona, si legge — ma dalla strada l’ingresso resta un rettangolo buio: non si vede chi c’è dentro.La stessa vetrina da dentro. Coprire il vetro ha una ragione giusta — la privacy di chi vende. Il messaggio che arriva in strada, però, è un altro: qui dentro succede qualcosa che non si può guardare.Dentro: grata sopra il banco, plafoniere tonde, luce bassa. La sicurezza è vera e serve. L’aria che si respira, però, è quella di un ufficio sul retro.
Nessuno di questi dettagli è uno sbaglio di qualcuno: è il modo in cui il settore ha sempre lavorato, noi compresi. La domanda da cui è partito il rebrand è un’altra: e se facessimo l’esatto contrario? Giallo pieno al posto del rosso e nero. Vetro trasparente e box privato al posto della vetrina tappata. Luce piena al posto della penombra. Non arredare meglio: cambiare le carte in tavola.
Il percorso è stato fatto con metodo: un brief, quattro proposte complete, una scelta ragionata.
Queste sono le tavole vere consegnate dall’agenzia. Quattro modi diversi di rispondere allo stesso problema: due rassicurano, due accendono.
Proposta A
Aureo
Palette neutra e luminosa — bianco, grigio, crema, navy — con tocchi d’oro. Spazi ordinati, materiali preziosi richiamati in modo sobrio: pulizia visiva ed equilibrio, per trasmettere fiducia e far entrare senza timore.
Perché no. Rassicura, ma si mimetizza. Un compro oro vestito da istituto finanziario non ferma nessuno per strada: chi non ci conosce non ha un motivo per provare.
Melodrama · Indian Type Foundry
Proposta B
Ornus
Verdi profondi e sofisticati illuminati da accenti dorati, ornamento floreale misurato, tortora: il registro della gioielleria di classe, armonioso e raffinato.
Perché no. È il linguaggio del negozio dove si compra, non di quello dove si vende. Parla benissimo a chi in gioielleria si sente già a casa — cioè non alle persone che dobbiamo convincere.
Red Hat Display · Jeremy Mickel
Proposta C
Prisma
Gradienti variopinti, luminosi e dinamici, caratteri morbidi: freschezza, positività, comfort. Spazi dichiaratamente “accessibili e alla portata di tutti”. L’intenzione è la nostra.
Perché no. Giusta l’intenzione, sbagliato il mezzo. Un gradiente vive sullo schermo: su un’insegna, una vetrofania o una busta si sporca e si perde. E l’effetto app allontana dal negozio dove si entra davvero.
Baloo 2 · Ek Type
La sceltaProposta D
Edge
Contrasti netti e saturi, campiture piene, geometrie definite. Il bold diventa stile: messaggi chiari, impattanti, riconoscibili al primo sguardo. Energia, senza scendere nel caotico.
Perché sì. È l’unica proposta che si fa vedere senza urlare offerte. Le altre tre rassicurano chi ci conosce già; questa ferma chi passa.
Elza · Daniel Sabino + Eurostile Extended
Ha vinto Edge perché fa l’esatto contrario dei competitor: dove loro si nascondono, noi ci facciamo vedere. Il giallo pieno non chiede scusa — dice siamo qui, alla luce del sole, e non abbiamo niente da nascondere. È la trasparenza fatta colore.
Il nome della cosa: pop e costruttivismo
Edge non è “colori accesi” buttati lì. È un linguaggio con delle regole, e le regole arrivano da due tradizioni precise. Saperlo serve: quando conosci la regola, capisci al volo se un materiale nuovo è Cleor oppure no.
Il pop prende le immagini che tutti riconoscono e le fa parlare a tutti: colore pieno, nessuna nostalgia, nessun codice da iniziati. Tradotto per noi: chiunque deve sentirsi legittimato a entrare — chi porta una collanina rotta e chi porta un lingotto. La gioielleria classica parla a chi conosce già le regole del gioco; il pop non chiede credenziali all’ingresso.
Il costruttivismo nasce un secolo fa per i manifesti di strada: blocchi di colore, geometrie nette, diagonali, la tipografia usata come architettura invece che come decorazione. Doveva farsi capire da lontano, in fretta, da chiunque passasse di lì. È esattamente il problema di un’insegna e di una vetrina.
Il colore è pieno
Tinte piatte, mai sfumature. Un colore pieno si riconosce a cinquanta metri, si stampa uguale su insegna, busta e schermo, e non invecchia in vetrina.
La geometria porta il messaggio
Quadrati, bande, tagli netti: ogni informazione sta dentro un blocco. È così che il nome della città entra nel logo senza rovinarlo, ed è così che nascono vetrofanie e pannelli.
CLEOR
La tipografia è architettura
Elza condensata nera riempie lo spazio: le parole diventano forma, non ornamento. Niente ombre, niente rilievi, niente simboli dell’euro. Il messaggio prima dell’effetto.
Il risultato non è una teoria: è quello che la gente vede dal marciapiede.
L’insegna: una banda, un colore, cosa facciamo scritto senza giri di paroleLa vetrina: un messaggio alla volta, dentro un blocco di colore
PrimaDopo · 2025
La palette
Un colore primario che si vede da lontano, quattro secondari per non essere mai monotoni, il nero che dà peso alle parole.
Giallo 012
Fucsia 219
Orange 021
Azzurro 2995
Blu 2728
Verde 2423
Nero
Un colore per ogni città
Ogni sede ha il suo colore di supporto: identità locale dentro un’identità unica. Sull’insegna, il nome della città porta il suo colore — e il negozio diventa il Cleor di quel posto.
Venezia
Mestre
Marghera
Favaro
Noale
Fossò
Padova
Treviso
Castelfranco
Montebelluna
Rosà
Schio
Marcon
San Donà
Vicenza
Il sistema completo in strada: insegna a nastro giallo, nome città nel colore di sede, vetrofanie coordinate. Qui: Marcon.
Cosa fai tu
Il brand non vive in un manuale: vive in come si presenta il tuo negozio stamattina.
Solo materiali ufficiali. Insegne, vetrofanie, banner e moduli arrivano dal coordinato. Niente cartelli scritti a mano, niente fotocopie attaccate col nastro adesivo: un foglio A4 improvvisato in vetrina cancella anni di lavoro sull’immagine.
Vetrine e insegna pulite e integre. Una vetrofania scollata o un neon spento raccontano trascuratezza — l’esatto contrario del messaggio. Se qualcosa è rovinato, si segnala subito: sistemarlo è una priorità, non un’estetica.
Il giallo si difende. Niente materiali di altri colori o promozioni fai-da-te che coprono il coordinato. Se serve comunicare qualcosa di nuovo, si chiede: la grafica giusta arriva in un giorno.
Parla come il brand. Trasparenti, diretti, mai piagnistei e mai aggressività: siamo il posto normale dove vendere l’oro. Anche al telefono e su WhatsApp.
Come si misura
Il colpo d’occhio del capo area: a ogni visita, la prima domanda è “da fuori, questo negozio sembra Cleor al 100%?”. Insegna, vetrine, banner interni, ordine del bancone.
Il brand check nella checklist di apertura: nessun nuovo negozio apre senza il coordinato completo e verificato.
Le recensioni che citano l’ambiente: quando un cliente scrive che il negozio si presenta bene sta misurando il rebrand — ed è il complimento che vogliamo leggere.
★★★★★
“Ho apprezzato molto il tempo e la pazienza dedicati a spiegare e chiarire tutte le procedure. Inoltre, a differenza di altri negozi simili, già da come si presenta esternamente (colori e copertura per garantire privacy) mi sono sentita più sicura.”
Giorgia · Recensione Google · Cleor Marcon, luglio 2026
Capitolo 2
Il negozio pensato
Un cliente alla volta, il vetro di sicurezza, il bancone giallo: perché il punto vendita è fatto così.